giovedì 24 novembre 2011

016 - Guglielmo Tocco

I primi ad arrivare furono i suoi uomini. A due di loro diede l’ordine di portare Luca in caserma, gli altri li lasciò a vigilare la casa con il morto in attesa degli uomini della scientifica. Si diresse verso il bar. C’erano diversi avventori. Quando lo riconobbero alcuni pian piano scivolarono via per timore di essere coinvolti in una storia che poteva rivelarsi complicata e che poteva mettere a repentaglio il loro tempo, altri, al contrario fecero di tutto per farsi notare dal commissario, con saluti, sorrisi, inchini, commenti a voce alta, desiderosi di entrare nella storia pù interessante accaduta negli ultimi cent’anni in città.
Il commissario Cortese avvertì il peso di tutti quegli sguardi e il dovere di interpretare nel modo giusto la parte del commissario. Si fermò in mezo alla sala, allargò un poco le gambe mise la mano sinistra nella tasca della giacca e con l’indice della mano destra spinse la falda il cappello un paio di centimetri verso l’alto e pronunciò un “buonasera” che più che un augurio sembrò una minaccia. Poi diresse l’indice destro verso il banconista e disse “Wisky… ehm, un caffè”
- Wisky e caffè, signore?
- No, solo caffè.
Si diresse lentamente al banco, sedette su uno sgabello e aspettò meditabondo il suo meritato caffè. Quando fu pronto, avvicinò la tazza alla bocca e una goccia gli cadde sulla camicia bianca. Non seppe trattenere un
-Orc… di nuovo, E chi la sente mia moglie?

continua e invia a romanzoapiumani@libero.it

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