Gli scossoni provocati dalla macchina, lanciata a grande velocità, le avevano fatto già capire che stavano procedendo su una stradina sterrata, una stradina di campagna; non riusciva, però, a rendersi conto di quale strada potesse trattarsi avendo anche la testa avvolta strettamente dalla soffocante coperta. Erano in viaggio da un tempo infinito, forse da un’ora, forse di più: difficilmente ci si può rendere conto del tempo che passa se mancano i punti visivi di riferimento.
Il pensiero di Veronica, sconsolata e confusa, correva veloce ed insistente alla scena nella quale era stata coinvolta, alla colluttazione, a quei tre colpi di pistola, rimbombanti ancora nel suo cervello, che i malviventi avevano sparato e che avevano colpito, forse mortalmente, il suo caro amico Francesco. Ne aveva riconosciuto la sagoma malgrado il buio della stanza; lo aveva visto crollare a terra con un gemito soffocato. Ripensava, con stupore, alla sua improvvisa presenza in quel luogo, allo slancio generoso con cui aveva affrontato quegli energumeni, alla colluttazione che ne era scaturita e che aveva provocato quei tre maledetti colpi di pistola e, forse, la sua morte…
Per una strana coincidenza i suoi genitori e il suo amato fratellino in quei giorni si trovavano in Piemonte. Approfittando di alcuni residui giorni di ferie, erano andati al loro paese di origine a trovare i loro “vecchi”. Il padre, di concerto con la madre, stava, inoltre, coltivando il progetto di trasferirsi lì con tutta la famiglia, di rientrare nel loro paesello appena fosse andato in pensione. Sia lui che la moglie avevano nostalgia dei loro monti, dell’aria asciutta e frizzante della loro vallata; avevano nostalgia delle cime innevate delle Alpi; e, poi, i loro “vecchi”, ormai bisognosi di qualche attenzione in più, sarebbero stati meno soli e curati meglio.
Quanti pensieri, quante supposizioni si affollavano nella sua mente disturbata dagli ultimi avvenimenti. Si chiedeva, ma perché quella tragedia? Perché quei balordi si erano accaniti così tanto? In fondo avevano avuto quello che volevano; i preziosi documenti, che Alfio le aveva affidato in custodia, glieli aveva consegnati anche se con il cuore colmo di angoscia. Perché la pistola, per giunta carica? Perché avevano voluto a tutti i costi quei documenti? Cosa rappresentavano, cosa contenevano? Alfio non le aveva ancora parlato del contenuto di quei documenti; le aveva detto soltanto che doveva custodirli bene in luogo sicuro e che possedevano elementi che avrebbero influito molto sulla sua carriera e quindi sul loro futuro.
Si chiedeva ancora: perché Francesco era entrato in casa sua proprio in quel momento? Cosa l’aveva spinto a lanciarsi in sua difesa provocando con il suo intervento una tragedia? L’amava a tal punto? Innamorata com’era del suo Luca non aveva capito bene la passione, i forti sentimenti d’amore che Francesco provava nei suoi riguardi. Il suo intuito femminile le aveva fatto da tempo capire qualche cosa, il tormento che attanagliava l’animo dell’amico, sebbene egli si sforzasse di reprimere i suoi sentimenti, di tenerli per se. Ma lei aveva occhi solo per il suo innamorato e non si faceva molte domande pur intuendo la penosa situazione che viveva il suo caro amico fraterno.
Questo turbine di interrogativi non le impediva, però, di capire che la macchina si stava sempre muovendo su sentieri sconnessi, che aveva iniziato a salire e che si stava ora inerpicando su erte colline; non le impediva di capire che avevano lasciato da un pezzo le zone pianeggianti che costeggiano l’Arno e che si stavano spostando verso le montagne.
Improvvisamente e con un balzo, seguito da una brusca frenata, la macchina si fermò.
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Scriviamo un ROMANZO A PIU' MANI. Leggi ciò che è stato già scritto a partire dal post 001 - Guglielmo Tocco e scrivi un tuo brano a seguire l'ultimo post. Inseriscilo nel commento dell'ultimo post non dimenticando di aggiungere il tuo nome e cognome. A inserirlo ci penserò io. buona lett-scrittura
mercoledì 30 novembre 2011
017 - Nino Risuglia
Dov’era andato a finire quel ragazzo che qualche tempo prima, in un caldo ed assolato pomeriggio era sceso dall’autobus col suo borsone pieno di….
Di che cosa era pieno quel borsone? Di oggetti utili, di cianfrusaglie, di delusioni, di sogni?
Bisognava aprirlo per scoprirne il contenuto.
Era lecito farlo a chi non ne fosse il legittimo proprietario?
Ma lo stesso proprietario aveva il coraggio di farlo?
Il giorno in cui scese dall’autobus, in quel caldo pomeriggio, il ragazzo vagò per un po’.
Non aveva una meta.
Non sapeva di averla.
Ma la meta lo aspettava.
Incontrò una ragazza.
Occhi trasparenti, vago sorriso sulle labbra.
Sembrava bella, pulita, trasparente.
Anche lei sembrava non avere una meta.
Quindi, andavano nello stesso posto?
Si può andare nello stesso posto se non si sa dove andare?
Sembrerebbe di sì, perché i due si posero l’uno a fianco dell’altra, come se fossero stati certi di incontrarsi, proprio loro due!
Si avviarono.
Non sapevano verso dove –non se lo chiesero neanche- ma si avviarono nella stessa direzione.
“Cos’hai nel borsone?” chiese lei.
Lui non rispose, come se non avesse sentito, ma aveva sentito benissimo.
Lei incalzò: “Allora, cosa c’è nel borsone?”
“La lampada di Aladino” rispose finalmente.
“Magnifico, prendila”.
“Più tardi”.
“Va bene più tardi!”.
Proseguirono assieme senza chiedersi dove andare, ma come se, invece, lo sapessero entrambi.
Camminarono a lungo e parlarono, con intervalli di apprezzati silenzi, per tutto il tempo.
Non avvertirono mai alcun senso di stanchezza, di fame, di sete.
Eppure entrambi venivano da lontano e non mangiavano da qualche tempo.
Non avevano notato se la strada che percorrevano fosse accidentata o meno, asfaltata o sterrata, affollata o deserta.
L’aria che respiravano, invece, quella avvertivano che era tersa, luminosa fresca anche se il pomeriggio era torrido.
Era possibile tutto ciò?
Sognavano entrambi?
No! Erano totalmente svegli.
Provenivano -non importa da quale luogo- da esperienze che li avevano segnati, induriti, resi scettici e guardinghi.
Eppure tutto ciò si era sciolto, come d’incanto. Mai era capitato loro di vivere momenti di totale serenità come quello che stavano vivendo: sembrava che, assieme, nascessero in quel momento.
Non aveva importanza da dove fossero partiti rispettivamente, né dove avessero avuto intenzione di dirigersi.
Stavano bene l’uno accanto all’altra.
D’improvviso sopravvenne un acquazzone. Non si scomposero. Le loro sensazioni non cambiarono. Anzi, divennero più dolci.
“Prendiamo la lampada?” si dissero quasi all’unisono e quasi con le stesse parole.
Risero di gusto, come non capitava loro di fare abitualmente.
Aprirono li borsone, lui sapeva che non c’era nessuna lampada, lei lo immaginava: quando mai sono esistite le lampade magiche.
La lampada c’era!
Si guardarono stupiti.
Si chiesero se dovevano strofinarla per esaudire un desiderio.
Si risposero di no, che non serviva.
Un loro desiderio inespresso era stato esaudito: le loro anime si erano incontrate!
continua e invia a romanzoapiumani@libero.it
Di che cosa era pieno quel borsone? Di oggetti utili, di cianfrusaglie, di delusioni, di sogni?
Bisognava aprirlo per scoprirne il contenuto.
Era lecito farlo a chi non ne fosse il legittimo proprietario?
Ma lo stesso proprietario aveva il coraggio di farlo?
Il giorno in cui scese dall’autobus, in quel caldo pomeriggio, il ragazzo vagò per un po’.
Non aveva una meta.
Non sapeva di averla.
Ma la meta lo aspettava.
Incontrò una ragazza.
Occhi trasparenti, vago sorriso sulle labbra.
Sembrava bella, pulita, trasparente.
Anche lei sembrava non avere una meta.
Quindi, andavano nello stesso posto?
Si può andare nello stesso posto se non si sa dove andare?
Sembrerebbe di sì, perché i due si posero l’uno a fianco dell’altra, come se fossero stati certi di incontrarsi, proprio loro due!
Si avviarono.
Non sapevano verso dove –non se lo chiesero neanche- ma si avviarono nella stessa direzione.
“Cos’hai nel borsone?” chiese lei.
Lui non rispose, come se non avesse sentito, ma aveva sentito benissimo.
Lei incalzò: “Allora, cosa c’è nel borsone?”
“La lampada di Aladino” rispose finalmente.
“Magnifico, prendila”.
“Più tardi”.
“Va bene più tardi!”.
Proseguirono assieme senza chiedersi dove andare, ma come se, invece, lo sapessero entrambi.
Camminarono a lungo e parlarono, con intervalli di apprezzati silenzi, per tutto il tempo.
Non avvertirono mai alcun senso di stanchezza, di fame, di sete.
Eppure entrambi venivano da lontano e non mangiavano da qualche tempo.
Non avevano notato se la strada che percorrevano fosse accidentata o meno, asfaltata o sterrata, affollata o deserta.
L’aria che respiravano, invece, quella avvertivano che era tersa, luminosa fresca anche se il pomeriggio era torrido.
Era possibile tutto ciò?
Sognavano entrambi?
No! Erano totalmente svegli.
Provenivano -non importa da quale luogo- da esperienze che li avevano segnati, induriti, resi scettici e guardinghi.
Eppure tutto ciò si era sciolto, come d’incanto. Mai era capitato loro di vivere momenti di totale serenità come quello che stavano vivendo: sembrava che, assieme, nascessero in quel momento.
Non aveva importanza da dove fossero partiti rispettivamente, né dove avessero avuto intenzione di dirigersi.
Stavano bene l’uno accanto all’altra.
D’improvviso sopravvenne un acquazzone. Non si scomposero. Le loro sensazioni non cambiarono. Anzi, divennero più dolci.
“Prendiamo la lampada?” si dissero quasi all’unisono e quasi con le stesse parole.
Risero di gusto, come non capitava loro di fare abitualmente.
Aprirono li borsone, lui sapeva che non c’era nessuna lampada, lei lo immaginava: quando mai sono esistite le lampade magiche.
La lampada c’era!
Si guardarono stupiti.
Si chiesero se dovevano strofinarla per esaudire un desiderio.
Si risposero di no, che non serviva.
Un loro desiderio inespresso era stato esaudito: le loro anime si erano incontrate!
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giovedì 24 novembre 2011
016 - Guglielmo Tocco
I primi ad arrivare furono i suoi uomini. A due di loro diede l’ordine di portare Luca in caserma, gli altri li lasciò a vigilare la casa con il morto in attesa degli uomini della scientifica. Si diresse verso il bar. C’erano diversi avventori. Quando lo riconobbero alcuni pian piano scivolarono via per timore di essere coinvolti in una storia che poteva rivelarsi complicata e che poteva mettere a repentaglio il loro tempo, altri, al contrario fecero di tutto per farsi notare dal commissario, con saluti, sorrisi, inchini, commenti a voce alta, desiderosi di entrare nella storia pù interessante accaduta negli ultimi cent’anni in città.
Il commissario Cortese avvertì il peso di tutti quegli sguardi e il dovere di interpretare nel modo giusto la parte del commissario. Si fermò in mezo alla sala, allargò un poco le gambe mise la mano sinistra nella tasca della giacca e con l’indice della mano destra spinse la falda il cappello un paio di centimetri verso l’alto e pronunciò un “buonasera” che più che un augurio sembrò una minaccia. Poi diresse l’indice destro verso il banconista e disse “Wisky… ehm, un caffè”
- Wisky e caffè, signore?
- No, solo caffè.
Si diresse lentamente al banco, sedette su uno sgabello e aspettò meditabondo il suo meritato caffè. Quando fu pronto, avvicinò la tazza alla bocca e una goccia gli cadde sulla camicia bianca. Non seppe trattenere un
-Orc… di nuovo, E chi la sente mia moglie?
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Il commissario Cortese avvertì il peso di tutti quegli sguardi e il dovere di interpretare nel modo giusto la parte del commissario. Si fermò in mezo alla sala, allargò un poco le gambe mise la mano sinistra nella tasca della giacca e con l’indice della mano destra spinse la falda il cappello un paio di centimetri verso l’alto e pronunciò un “buonasera” che più che un augurio sembrò una minaccia. Poi diresse l’indice destro verso il banconista e disse “Wisky… ehm, un caffè”
- Wisky e caffè, signore?
- No, solo caffè.
Si diresse lentamente al banco, sedette su uno sgabello e aspettò meditabondo il suo meritato caffè. Quando fu pronto, avvicinò la tazza alla bocca e una goccia gli cadde sulla camicia bianca. Non seppe trattenere un
-Orc… di nuovo, E chi la sente mia moglie?
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015 - Guglelmo Tocco
Il commissario capì che in quelle condizioni non avrebbe tirato fuori niente da quel ragazzo. Gli chiese se avesse un avvocato e dei parenti a cui comunicare che lo avrebbero portato al commissariato. Neanche a queste domande seppe rispondere, Ma non c’erano alternative. Qualcosa bisognava fare. Dal telefono nero posto su un tavolino marrone con centrino bianco a tre metri dal morto chiamò in ufficio, si fece passare l’ispettore Buonanno e gli disse di scrivere alcuni appunti.
- Un attimo, dottore, prendo una penna.
Dopo sette minuti riprese il telefono
- Pronto, dottore
- E ci mancherebbe, dopo sette minuti…”
- Che dice, dottore?
- Niente, niente. !. chiamare la scientifica e farla andare in via… in via… scusa, “che via è questa? Lo sapevo! Via del Tiglio, numero 8. Scritto tutto?
- Si dottore, glielo leggo “Uno: chiamare la scientifica e farla andare in via… in via… scusa, “che via è questa? Lo sapevo! Via del Tiglio, numero 8.”
- Noooo! Scrivi solo che la scientifica deve andare in via del Tiglio al numero otto. E lascia perdere il resto.
- Agli ordini, dottore
- Poi scrivi che voglio 4 agenti sempre in via del Tiglio, 8. Subito! . Poi telefona a mia moglie e dille che ritardo.
- Agli ordini dottore.
Chiuse il telefono e si rivolse a Luca
- Ragazzo, fra poco arriveranno gli agenti, ti porteranno al commissariato. Qua non posso lasciarti. Potresti essere l’assassino oppure la prossima vittima. Mentre aspetti con l’agente che adesso è fuori, io vado a fare un salto nel Bar qui accanto: Spero che qualcuno abbia visto qualcosa. Si affacciò alla porta e chiamò l’agente Rapicavoli. Questi conversava sottovoce con Giuseppe, che aveva appena sbagliato di nuovo ad accedere la sigaretta e diceva che presto avrebbe smesso di fumare.
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- Un attimo, dottore, prendo una penna.
Dopo sette minuti riprese il telefono
- Pronto, dottore
- E ci mancherebbe, dopo sette minuti…”
- Che dice, dottore?
- Niente, niente. !. chiamare la scientifica e farla andare in via… in via… scusa, “che via è questa? Lo sapevo! Via del Tiglio, numero 8. Scritto tutto?
- Si dottore, glielo leggo “Uno: chiamare la scientifica e farla andare in via… in via… scusa, “che via è questa? Lo sapevo! Via del Tiglio, numero 8.”
- Noooo! Scrivi solo che la scientifica deve andare in via del Tiglio al numero otto. E lascia perdere il resto.
- Agli ordini, dottore
- Poi scrivi che voglio 4 agenti sempre in via del Tiglio, 8. Subito! . Poi telefona a mia moglie e dille che ritardo.
- Agli ordini dottore.
Chiuse il telefono e si rivolse a Luca
- Ragazzo, fra poco arriveranno gli agenti, ti porteranno al commissariato. Qua non posso lasciarti. Potresti essere l’assassino oppure la prossima vittima. Mentre aspetti con l’agente che adesso è fuori, io vado a fare un salto nel Bar qui accanto: Spero che qualcuno abbia visto qualcosa. Si affacciò alla porta e chiamò l’agente Rapicavoli. Questi conversava sottovoce con Giuseppe, che aveva appena sbagliato di nuovo ad accedere la sigaretta e diceva che presto avrebbe smesso di fumare.
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lunedì 21 novembre 2011
Precisazione fuori testo di G. Tocco
Il brano precedente (014) presenta dei punti di divergenza con quanto critto finora. Altre volte si sono verificati casi simili, anche se meno vistosi. Non so se sbaglio, ma fin dall'inizio ho intrapreso questa strada: pubblicare tutto e lasciare ai coautori la scelta di una soluzione o dell'altra. E' chiaro che alla fine dovremo dare linearità e coerenza al romanzo ed allora qualche limatura, qualche taglio e qualche aggiunta potranno essere inevitabili. Intanto ogni apporto può essere gravido di spunti per chi segue e va raccolto e pubblicato. Mi permetterei di suggerire di non dimenticare i quattro amici al bar che per primi sobbalzarono ai colpi di pistola. Se Magnano li ha inseriti e addirittura ne ha tracciato i caratteri distintivi un ruolo dovranno averlo. Lavoriamoci sopra, e arruoliamo altri amici.
Scrivi e invia a romanzoapiumani@libero.it
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014 - II flash back di Carmela Vacante
La vista del caro amico steso a terra in una pozza di sangue sconvolse totalmente Alfio.
Francesco aveva gli occhi sbarrati, e sebbene velati dall' appannamento tipico dei cadaveri, sembrava che, tramite lo sguardo fisso nel vuoto, volesse comunicare qualcosa, un messaggio. Alfio glieli chiuse passandogli delcatamente una mano sopra, come una carezza. Rimase accosciato a terra accanto al cadavere dell'amico per un tempo infinito, incredulo, sgomento, terrorizzato. Non riusciva a spiegarsi il perchè di quella morte; non riusciva a spiegarsi per quale motivo si trovasse proprio in quella stanza, la camera da letto della sua rVeronica. Si chiedeva, come un ubriaco, un ebete, dove fosse finita la ragazza. Non aveva neanche la forza di avanzare un sospetto, un qualche movente di gelosia...apatico, assente, incapace di capire e di agire.
Come in un sogno andò indietro nel tempo, cominciò a rivivere i momenti del passato che l'avevano visto con l'amico fraterno condividere giochi, divertimenti, progetti di vita...quando sognavano di diventare delle persone importanti...medici...avvocati....ingegneri! Mai un sogno, un progetto di operai, di semplici impiegati! Mai! Volavano sempre alto...Ricordava l'incontro che avevano fatto con Veronica . Ricordava con struggente nostalgia quando con lo sguardo compiacente la ragazza gli aveva fatto capire di essere il prescelto per un rapporto particolare, di complicità amorosa...Quando si era accorto della sofferenza dell'amico che, come lui, si era perdutamente innamorato di Veronica...Ma non poteva essere geloso; Francesco era troppo corretto e mai avrebbe fatto qualcosa che potesse guastare il bellissimo rapporto di amicizia che si era venuto a creare fra i tre giovani. La gelosia, però, era sempre in agguato e anche se Veronica lo aveva scelto, rimaneva sempre una sorta di sospetto che non era mai riuscito, però, ad incrinare il fraterno rapporto che legava i tre giovani sebbene in certi momenti faceva capolino creando qualche dissonanza.Ma roba passeggera, senza importanza.
Anche Francesco era originario del meridione, proveniva da un paesino sito nel tacco dello Stivale. Sicuramente queste radici abbastanza simili avevano creato tra loro un collante di complicità che, poi, si era mantenuto per tutta la vita. Suo padre, come il padre di Alfio, lavorava nelle Ferrovie dello Stato per cui anche le famiglie erano in ottimi rapporti di amicizia.Veronica, invece, proveniva dal Piemonte e si trovava in quel paesino della Toscana poichè il padre, impiegato delle Poste, era stato assegnato in quella sede.
Alfio era rimasto immobile, senza forze, incapace di reagire, di gridare, di far sapere che in quella stanza si era consumata una tragedia...Non si era nenche accorto che erano passate delle ore da quando era entrato in quella maledetta stanza. Era quasi il tramonto quando nel luogo del delitto entrò il Commissario Cortese che Giuseppe, insospettito dagli spari, aveva chiamato qualche ora prima..
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Francesco aveva gli occhi sbarrati, e sebbene velati dall' appannamento tipico dei cadaveri, sembrava che, tramite lo sguardo fisso nel vuoto, volesse comunicare qualcosa, un messaggio. Alfio glieli chiuse passandogli delcatamente una mano sopra, come una carezza. Rimase accosciato a terra accanto al cadavere dell'amico per un tempo infinito, incredulo, sgomento, terrorizzato. Non riusciva a spiegarsi il perchè di quella morte; non riusciva a spiegarsi per quale motivo si trovasse proprio in quella stanza, la camera da letto della sua rVeronica. Si chiedeva, come un ubriaco, un ebete, dove fosse finita la ragazza. Non aveva neanche la forza di avanzare un sospetto, un qualche movente di gelosia...apatico, assente, incapace di capire e di agire.
Come in un sogno andò indietro nel tempo, cominciò a rivivere i momenti del passato che l'avevano visto con l'amico fraterno condividere giochi, divertimenti, progetti di vita...quando sognavano di diventare delle persone importanti...medici...avvocati....ingegneri! Mai un sogno, un progetto di operai, di semplici impiegati! Mai! Volavano sempre alto...Ricordava l'incontro che avevano fatto con Veronica . Ricordava con struggente nostalgia quando con lo sguardo compiacente la ragazza gli aveva fatto capire di essere il prescelto per un rapporto particolare, di complicità amorosa...Quando si era accorto della sofferenza dell'amico che, come lui, si era perdutamente innamorato di Veronica...Ma non poteva essere geloso; Francesco era troppo corretto e mai avrebbe fatto qualcosa che potesse guastare il bellissimo rapporto di amicizia che si era venuto a creare fra i tre giovani. La gelosia, però, era sempre in agguato e anche se Veronica lo aveva scelto, rimaneva sempre una sorta di sospetto che non era mai riuscito, però, ad incrinare il fraterno rapporto che legava i tre giovani sebbene in certi momenti faceva capolino creando qualche dissonanza.Ma roba passeggera, senza importanza.
Anche Francesco era originario del meridione, proveniva da un paesino sito nel tacco dello Stivale. Sicuramente queste radici abbastanza simili avevano creato tra loro un collante di complicità che, poi, si era mantenuto per tutta la vita. Suo padre, come il padre di Alfio, lavorava nelle Ferrovie dello Stato per cui anche le famiglie erano in ottimi rapporti di amicizia.Veronica, invece, proveniva dal Piemonte e si trovava in quel paesino della Toscana poichè il padre, impiegato delle Poste, era stato assegnato in quella sede.
Alfio era rimasto immobile, senza forze, incapace di reagire, di gridare, di far sapere che in quella stanza si era consumata una tragedia...Non si era nenche accorto che erano passate delle ore da quando era entrato in quella maledetta stanza. Era quasi il tramonto quando nel luogo del delitto entrò il Commissario Cortese che Giuseppe, insospettito dagli spari, aveva chiamato qualche ora prima..
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domenica 20 novembre 2011
013 - Maria Malventano
Erano arrivati al punto di non più ritorno i due amici. La vita come un bimbo dispettoso aveva fatto scoppiare la bolla di sapone dentro la quale i tre giovani si erano alimentati di mai e di sempre. Inizia quel ciclo nel quale ognuno è solo con sè stesso ed i sentimenti non sono più condivisi perchè incondivisibili: Alfio e Francesco si trovavano ad essere entrambi innamorati della stessa persona e questo sarà il motivo che provocherà la morte del più debole, Francesco, che seppur quel giorno non si doveva trovare a casa di Veronica, era lì. Non più nascosto dentro la macchina ad osservare silente come ogni giorno la corsa nel cortile della ragazza verso Alfio, ma era lì come chi doveva proteggere il corpo bello ed angelico della giovane ragazza dal sorriso d'oro. Di lui adesso resta solo una pozzanghera di sangue speso come per colmare il lago d'amore che si teneva dentro da una vita.
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012 - Graziana Almirante
Graziana Almirante Alfio e Francesco si conoscevano sin da bambini. Avevano sempre condiviso tutto:le caramelle comprate al bar di piazza Vittorio Veneto, le figurine dei calciatori, il male alle ginocchia sbucciate nelle partite a calcetto e chissà , senza accorgersene, anche Veronica. I suoi occhi da cerbiatta avevano stregato i due giovani sin dall’arrivo della giovane in paese.
Era il primo giorno di scuola del lontano 1988. La piazzetta antistante la scuola era piena di fanciulli inquieti. Per Alfio e Francesco era l’ultimo anno di scuola elementare: ora i grandi erano loro e non mancavano di dimostrarlo con i loro atteggiamenti da capobranco ai tutti quei piccoli lupetti. Lì, tra quella folla rumorosa c’era lei, Veronica, la nuova arrivata dal Nord. Esile ma vispa come un folletto, stringeva la mano dei genitori come per timore di rimanere sola, come in cerca di quella sicurezza di cui non avrebbe mai avuto bisogno. Scrutava curiosa quei marmocchi dai grembiuli blu che si aggrappavano alle gonne delle madri piangendo e urlando affinché la maestra non li portasse con sé. Quasi meravigliata, osservava quell’enorme edificio giallo ocra dalle finestre blu. Era del tutto diverso dall’istituto da cui proveniva. Là non c’erano maestre, solo suore.
Proprio in quel momento, in mezzo a quella folla di ragazzini piagnucolanti, a madri attente a sistemare i capelli arruffati dei propri pargoli, tra padri irritati e ansiosi come in attesa di un treno in ritardo, accadde qualcosa che avrebbe segnato le vite dei tre ragazzi: gli occhi neri e profondi di Alfio incontrarono quelli verdi e luminosi di Veronica. L’amore stava trovando alloggio nei loro piccoli cuori. La gelosia in quello di Francesco.
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Era il primo giorno di scuola del lontano 1988. La piazzetta antistante la scuola era piena di fanciulli inquieti. Per Alfio e Francesco era l’ultimo anno di scuola elementare: ora i grandi erano loro e non mancavano di dimostrarlo con i loro atteggiamenti da capobranco ai tutti quei piccoli lupetti. Lì, tra quella folla rumorosa c’era lei, Veronica, la nuova arrivata dal Nord. Esile ma vispa come un folletto, stringeva la mano dei genitori come per timore di rimanere sola, come in cerca di quella sicurezza di cui non avrebbe mai avuto bisogno. Scrutava curiosa quei marmocchi dai grembiuli blu che si aggrappavano alle gonne delle madri piangendo e urlando affinché la maestra non li portasse con sé. Quasi meravigliata, osservava quell’enorme edificio giallo ocra dalle finestre blu. Era del tutto diverso dall’istituto da cui proveniva. Là non c’erano maestre, solo suore.
Proprio in quel momento, in mezzo a quella folla di ragazzini piagnucolanti, a madri attente a sistemare i capelli arruffati dei propri pargoli, tra padri irritati e ansiosi come in attesa di un treno in ritardo, accadde qualcosa che avrebbe segnato le vite dei tre ragazzi: gli occhi neri e profondi di Alfio incontrarono quelli verdi e luminosi di Veronica. L’amore stava trovando alloggio nei loro piccoli cuori. La gelosia in quello di Francesco.
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ATTENZIONE - NUOVO INDIRIZZO
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Sapevo che i gialli sono complicati, non immaginavo che inducessero a tanta confusione. Siate pazienti e tenacvi
Sapevo che i gialli sono complicati, non immaginavo che inducessero a tanta confusione. Siate pazienti e tenacvi
011 - Salvatore La Fata
- Alfio - rispose il ragazzo dopo aver guardato con sorpresa quell'uomo che gli stava seduto accanto.
Il commissario lo guardò con curiosità. Non doveva essere di quelle parti. Alfio non è un nome comune da quelle parti. Anzi, a dire il vero, lui non lo aveva mai sentito un nome così.
- E che ci fai qui ? - riprese Cortese.
- Qui ci abita la mia ragazza. O forse ci abitava. Non so. Ma lei chi è ?
- Sono il commissario Cortese, della polizia di Montevarchi. La tua ragazza non c'è qui. E di là, in camera da letto vi era un giovanotto... il cadavere di un giovanotto. Lo hai visto? Lo conoscevi ?
Cortese, era sempre stata una persona gentile. Proprio come se il suo cognome lo avesse segnato sin da piccolo e lo avesse costretto a non deludere le attese della gente.
"Uno che si chiama così non può che essere gentile" pensavano quelli che lo conoscevano bene. E lui non li aveva mai delusi. Ma nel suo lavoro era uno diretto, deciso. Garbato ma diretto.
Il ragazzo esitò un attimo e poi rispose: - Si, l'ho visto. Ma Veronica?
Cortese si alzò lentamente e cominciò a passeggiare davanti a quel divano rosso, avanti e indietro, come se avesse cercato le parole giuste per spiegare al ragazzo quello che, secondo le prime impressioni, era successo.
- Vedi Alfio, la tua ragazza, non c'è qui e abbiamo motivo di ritenere che sia stata rapita. Probabilmente viva. Anzi direi senz'altro ancora viva.
Si fermò un attimo per studiare la reazione del ragazzo. Quando vide che era rimasto impassibile proseguì:
- Io spero che tu voglia aiutarci a capire chi può averla rapita e perché.
Fece un'altra pausa. Bisognava introdurre l'altro fattore. Quello più grave, almeno fino a quel momento.
- E di quel giovanotto in camera da letto che mi dici ?
- Si chiamava Francesco, era un mio amico. Il più caro dei miei amici. Anzi, credo di avere avuto solo quello.
continua scrivendo a romanzoapiumani@libero.it
Il commissario lo guardò con curiosità. Non doveva essere di quelle parti. Alfio non è un nome comune da quelle parti. Anzi, a dire il vero, lui non lo aveva mai sentito un nome così.
- E che ci fai qui ? - riprese Cortese.
- Qui ci abita la mia ragazza. O forse ci abitava. Non so. Ma lei chi è ?
- Sono il commissario Cortese, della polizia di Montevarchi. La tua ragazza non c'è qui. E di là, in camera da letto vi era un giovanotto... il cadavere di un giovanotto. Lo hai visto? Lo conoscevi ?
Cortese, era sempre stata una persona gentile. Proprio come se il suo cognome lo avesse segnato sin da piccolo e lo avesse costretto a non deludere le attese della gente.
"Uno che si chiama così non può che essere gentile" pensavano quelli che lo conoscevano bene. E lui non li aveva mai delusi. Ma nel suo lavoro era uno diretto, deciso. Garbato ma diretto.
Il ragazzo esitò un attimo e poi rispose: - Si, l'ho visto. Ma Veronica?
Cortese si alzò lentamente e cominciò a passeggiare davanti a quel divano rosso, avanti e indietro, come se avesse cercato le parole giuste per spiegare al ragazzo quello che, secondo le prime impressioni, era successo.
- Vedi Alfio, la tua ragazza, non c'è qui e abbiamo motivo di ritenere che sia stata rapita. Probabilmente viva. Anzi direi senz'altro ancora viva.
Si fermò un attimo per studiare la reazione del ragazzo. Quando vide che era rimasto impassibile proseguì:
- Io spero che tu voglia aiutarci a capire chi può averla rapita e perché.
Fece un'altra pausa. Bisognava introdurre l'altro fattore. Quello più grave, almeno fino a quel momento.
- E di quel giovanotto in camera da letto che mi dici ?
- Si chiamava Francesco, era un mio amico. Il più caro dei miei amici. Anzi, credo di avere avuto solo quello.
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010 - Salvatore La Fata
Quando il commissario Cortese mise piede in quell'appartamento i tiepidi raggi di sole di quel pomeriggio toscano stavano insinuandosi fra la polvere che poco prima gli uomini della scientifica avevano fatto sollevare durante le operazioni di rilevamento delle impronte digitali e di raccolta di tutti quegli elementi che sarebbero serviti per il corretto svolgimento delle indagini.
Sulle pareti spoglie si allungavano sempre più le ombre di quella poca, vecchia mobilia che rappresentava l'arredamento di quel tinello. Un divano di tessuto rosso, lercio e consumato dal tempo trovava spazio al centro della stanza, un armadio con le ante ancora aperte, un tavolo quadrato e poche sedie addossate alle pareti.
Il ragazzo stava accovacciato su un angolo del divano e teneva fra le braccia un cuscino di velluto nero. Cortese fece segno ai colleghi della scientifica di sgombrare il campo e si andò a sedere nell'angolo del divano lasciato libero dal ragazzo.
Stette alcuni minuti in silenzio. Il ragazzo aveva il volto vistosamente sconvolto, fissava il vuoto e non sembrò accorgersi del commissario.
- Come ti chiami ragazzo ? - chiese Cortese.
(Salvatore La Fata)
Sulle pareti spoglie si allungavano sempre più le ombre di quella poca, vecchia mobilia che rappresentava l'arredamento di quel tinello. Un divano di tessuto rosso, lercio e consumato dal tempo trovava spazio al centro della stanza, un armadio con le ante ancora aperte, un tavolo quadrato e poche sedie addossate alle pareti.
Il ragazzo stava accovacciato su un angolo del divano e teneva fra le braccia un cuscino di velluto nero. Cortese fece segno ai colleghi della scientifica di sgombrare il campo e si andò a sedere nell'angolo del divano lasciato libero dal ragazzo.
Stette alcuni minuti in silenzio. Il ragazzo aveva il volto vistosamente sconvolto, fissava il vuoto e non sembrò accorgersi del commissario.
- Come ti chiami ragazzo ? - chiese Cortese.
(Salvatore La Fata)
009 - Flash back di Carmela Vacante
Pregava e al contempo riviveva con angoscia la sequenza degli avvenimenti che avevano preceduto il suo inspiegabile rapimento.
L'autobus era un po’ in ritardo ma Veronica, come al solito, si era recata alla fermata alle due meno un quarto e, riparandosi dall'insopportabile calura estiva sotto l'unico albero esistente in quel luogo, aspettava, con impazienza, il suo Luca.
In realtà il suo giovane innamorato si chiamava Alfio, nome ereditato dal nonno paterno che i suoi genitori, originari dalla Sicilia sud-orientale, gli avevano dato insieme ad un secondo nome, Luca, che solo Veronica pronunciava per creare un vincolo di maggiore intimità nel loro meraviglioso rapporto d'amore.
Ad un tratto arrivò a grande velocità una macchina scura dalla quale scesero due uomini col viso travisato da fazzolettoni arabi. Approfittando del fatto che sulla strada non c'era anima viva, i due energumeni, spingendo in malo modo la ragazza, la inducevano a rientrare in casa. Entrarono furtivamente, senza accendere la luce, costringendo la ragazza a consegnare loro alcuni documenti che Alfio, alcuni mesi prima, le aveva affidato perché li custodisse in luogo sicuro. Terrorizzata dalla pistola che uno dei malviventi le puntava alla tempia, Veronica, piangendo, consegnò loro i documenti richiesti.
Francesco, amico carissimo di Alfio, che abitava nello stesso stabile, rientrando dal lavoro, si avvide che la porta dell'abitazione di Veronica era aperta. Preoccupato entrò con una certa titubanza, chiamò l'amica e in risposta sentì un grido soffocato e un tramestio sospetto. Si spinse fino alla camera da letto da dove proveniva il trambusto. Malgrado il buio, capì subito che la ragazza versava in una situazione pericolosa; si lanciò in sua difesa entrando in colluttazione con i malviventi; dalla pistola carica partì accidentalmente un colpo che centrò Francesco in pieno petto e subito dopo altri due colpi che lo fecero stramazzare a terra in una pozza di sangue. Presi dal panico, i malviventi, che nella colluttazione avevano perso il travisamento del volto, avvolsero Veronica in una coperta e spingendo in malo modo il grosso fagotto recalcitrante, lasciarono precipitosamente l'appartamento chiudendo la porta con un calcio.
L'autobus era un po’ in ritardo ma Veronica, come al solito, si era recata alla fermata alle due meno un quarto e, riparandosi dall'insopportabile calura estiva sotto l'unico albero esistente in quel luogo, aspettava, con impazienza, il suo Luca.
In realtà il suo giovane innamorato si chiamava Alfio, nome ereditato dal nonno paterno che i suoi genitori, originari dalla Sicilia sud-orientale, gli avevano dato insieme ad un secondo nome, Luca, che solo Veronica pronunciava per creare un vincolo di maggiore intimità nel loro meraviglioso rapporto d'amore.
Ad un tratto arrivò a grande velocità una macchina scura dalla quale scesero due uomini col viso travisato da fazzolettoni arabi. Approfittando del fatto che sulla strada non c'era anima viva, i due energumeni, spingendo in malo modo la ragazza, la inducevano a rientrare in casa. Entrarono furtivamente, senza accendere la luce, costringendo la ragazza a consegnare loro alcuni documenti che Alfio, alcuni mesi prima, le aveva affidato perché li custodisse in luogo sicuro. Terrorizzata dalla pistola che uno dei malviventi le puntava alla tempia, Veronica, piangendo, consegnò loro i documenti richiesti.
Francesco, amico carissimo di Alfio, che abitava nello stesso stabile, rientrando dal lavoro, si avvide che la porta dell'abitazione di Veronica era aperta. Preoccupato entrò con una certa titubanza, chiamò l'amica e in risposta sentì un grido soffocato e un tramestio sospetto. Si spinse fino alla camera da letto da dove proveniva il trambusto. Malgrado il buio, capì subito che la ragazza versava in una situazione pericolosa; si lanciò in sua difesa entrando in colluttazione con i malviventi; dalla pistola carica partì accidentalmente un colpo che centrò Francesco in pieno petto e subito dopo altri due colpi che lo fecero stramazzare a terra in una pozza di sangue. Presi dal panico, i malviventi, che nella colluttazione avevano perso il travisamento del volto, avvolsero Veronica in una coperta e spingendo in malo modo il grosso fagotto recalcitrante, lasciarono precipitosamente l'appartamento chiudendo la porta con un calcio.
Puntualizzazione fuori testo
A questo punto le cose si complicano: Dopo la pubblicazione dei brani di Carmela Vacante e Marco Leonzio sono venuto a conoscenza che Salvo La Fata ne ha scritti altri due l giorno prima. Ma essi erano pubblicati in una Pagina diversa da questo blog. Si tratta di brani apprezzabili come quelli di Vacante e Leonzio e non mi sembra il caso di rinunciarvi (ma non sarà mai opportuno rinunciare ad un intervento). Allora procederemo così. Al numero 009 inserirò una sorta di flash-back di Carmela Vacante che aiuta a capire qualcosa, poi inserirò i due brani di La Fata. Chi riprenderà dovrà tenere conto che insieme al commissario Cortese c’è pure l’interessante Giuseppe.
Se le cose vi sembrano ingarbugliate, fatevene una ragione: senza volerlo stiamo dando vita ad un giallo ed un giallo ingarbugliato è nell’ordine delle cose. Guglielmo
Se le cose vi sembrano ingarbugliate, fatevene una ragione: senza volerlo stiamo dando vita ad un giallo ed un giallo ingarbugliato è nell’ordine delle cose. Guglielmo
sabato 19 novembre 2011
008 - Marco Leonzio
Con la faccia smorta e la mano molle, Giuseppe raccolse quel fiore. Come d'un lampo, gli apparve nitida alla coscienza la luce di un volto; e poi un altro tonfo al cuore, come quelli che avevano seguito di un millesimo di secondo gli spari che aveva udito quand'era giù al bar: Veronica. Il suo semplice gesto quotidiano, tutti in paese lo conoscevano. La mano si fece rigida, il pensiero volò veloce e rabbioso a Luca, ad Alfio, e poi ancora si posò su Veronica. Come per una specie di riflesso condizionato, cominciò forse a mettere insieme i pezzi di una vecchia storia. Ma una mano sulla spalla lo fece trasalire, quasi fosse quella di un assassino, e una voce ruppe quell'afoso, nauseante silenzio: "Collega, hai visto qualcosa?". "Andate a casa di Veronica - rispose Giuseppe - Andate a casa di Veronica".
Tutti i giorni si assomigliano l'un l'altro, e in paese non c'è quasi più niente di cui discutere. Della scomparsa di Ettore praticamente non se ne parla più: troppo abile per seguirne le tracce, troppo noioso per stargli dietro a lungo. Questo però è un giorno del quale ci sarà molto da dire, molto da chiedere, molto da sapere, molto da scoprire. Giuseppe sistemò il cappello con aria da sbirro, come usava fare un tempo. E si accese una sigaretta: dalla parte sbagliata, quella del filtro.
Tutti i giorni si assomigliano l'un l'altro, e in paese non c'è quasi più niente di cui discutere. Della scomparsa di Ettore praticamente non se ne parla più: troppo abile per seguirne le tracce, troppo noioso per stargli dietro a lungo. Questo però è un giorno del quale ci sarà molto da dire, molto da chiedere, molto da sapere, molto da scoprire. Giuseppe sistemò il cappello con aria da sbirro, come usava fare un tempo. E si accese una sigaretta: dalla parte sbagliata, quella del filtro.
007 - Pierangela Cannone
"Perchè perchè perchè proprio io ? " Era la domanda che incessantemente assillava il pensiero di Veronica che, stretta nel tremore del suo corpo rannicchiato sul sedile posteriori dell'auto scura, stava con mani giunte a recitare un 'Ave Maria ed ad implorare ogni santo di aiutarla. Doveva essere un giorno come tutti gli altri, e inveco no. Non avrebbe mai immaginato che il gesto consuetudinario di cogliere il solito fiore giallo dall'aiuola piantata nel suo cortile dal giardiniere che l'ha vista crescere , sarebbe stato ripetuto per l'ultima volta. Ogni dì aveva il cuore in festa, sebbene la sua giornata era sempre dedicata ai lavori di casa e ad accudire il fratellino, sapeva che Luca l'aspettava con amore ogni giorno, alla fermata dell'autobus. Sapeva anche che il suo sorriso gli avrebbe dato pace dopo un giorno di lavoro. E così poco prima che si facessero le due del pomeriggio, lei usciva di corsa dal cancello di casa dopo aver colto dalla sua aiuola gialla il fiore più vecchio. Non voleva che cadesse a terra per essere calpestato, doveva in un certo modo "salvarlo". E adesso invece .. aspettava che qualcuno salvasse lei.
006 - Carmela Vacante
"Entrando in casa Alfio aveva percepito qualcosa di strano che gli aveva procurato un'indicibile sensazione di disagio. L'oscurità gli impediva di vedere bene i mobili e le cose che gli erano famigliari; la lama di luce, brulicante di brillanti puntini di pulviscolo, che fendeva il buio della stanza come una sciabola, gli arrivava negli occhi abbagliandolo e lo costringeva a muoversi con cautela per non inciampare. Non gli impediva, però, di sentire degli strani rumori, un tramestio convulso, come una lotta, e una voce femminile soffocata...Improvvisamente uno sparo, seguito da altri due. Poi due uomini robusti uscirono di corsa trascinando malamente un grosso fagotto.Chiusero la porta con un calcio e si dileguarono velocemente attraverso la scala a chiocciola. Il rumore di quel calcio alla porta, che aveva interrotto l'agghiacciante silezio che era seguito agli spari, gli rimbombava ancora nelle orecchie; quando, terrorizzato e con il cuore in gola, Alfio si spinse fino alla camera da letto, da dove erano usciti i due energumeni e dove aveva sperato di trovare la sua adorata Veronica. Malgrado l'oscurità, alla quale si era quasi assuefatto, entrando notò per terra una persona. Aprì la finestra e tornò a guardare la scena che aveva già intravisto: raggomitolato, in posizione scomposta, su una pozza di sangue, c'era il suo carissimo amico Francesco. Sgomento, si abbassò per guardare meglio, lo toccò terrorizzato con le mani tremanti...sembrava morto!
venerdì 18 novembre 2011
005 Elio Magnano
Al bar i soliti amici si erano incontrati per la solita partita a carte. Si sedettero attorno al tavolo all’angolo della strada, all’aperto. Era un autunno decisamente gradevole. Il più vecchio ordinò delle birre per tutti. Gianni, il più giovane del gruppo, cominciò a mescolare un mazzo di carte da poker. Al centro del tavolo mise un piattino rosso, che doveva servire a raccogliere le puntate. Gino, un avvocato civilista un po’ spiantato, si sedette alla sinistra di Gianni. Di fronte si piazzò Osvaldo, un omone di 100 chili, che da giovane era stato campione regionale dilettante di pugilato nei pesi mediomassimi. Accanto ad Osvaldo era seduto Giuseppe. “Possiamo iniziare – disse Gianni – chi prende la carta più alta apre le danze.” Gino prese dal mazzo un nove di picche. Osvaldo un dieci di cuori. All’improvviso si sentirono tre botti fortissimi. Sicuramente colpi di pistola. Giuseppe non aveva alcun dubbio. Era stata una berretta a sparare. Non poteva sbagliarsi. Era stato per trentotto anni nella polizia.
Corsero verso l’angolo opposto della strada, da dove sembravano provenire i colpi di pistola. Videro in lontananza un’auto scura, che si allontanava a tutta velocità verso la provinciale per Montevarchi, sollevando una montagna di polvere nella strada sterrata. Subito dopo, diradatasi la polvere, apparve un fiore giallo al centro della strada (Elio Magnano)
Corsero verso l’angolo opposto della strada, da dove sembravano provenire i colpi di pistola. Videro in lontananza un’auto scura, che si allontanava a tutta velocità verso la provinciale per Montevarchi, sollevando una montagna di polvere nella strada sterrata. Subito dopo, diradatasi la polvere, apparve un fiore giallo al centro della strada (Elio Magnano)
004 - Vincenza Castro
Salì gli ultimi gradini con quel peso nel petto ,arrivò sul pianerottolo e si fermò a guardare la scura porta dietro la quale si sentiva solo silenzio. Quando tornava dal viaggio gli piaceva stare lì e ascoltare le voci familiari che provenivano dall'interno, ma stavolta era diverso , quel peso si fece insopportabile ,cercò le chiavi nel borsello, aprì la porta con le mani che gli tremavano. L'odore familiare della casa lo assalì e con esso molti ricordi si affollarono nella sua mente, dolci ricordi. L'oscurità era interrotta da una lama di luce che entrava dall'imposta socchiusa,restò fermo solo un attimo, poi aprì la finestra e respirò l'aria fresca ; per un attimo sentì la risata di Veronica che gli veniva incontro con le braccia aperte ,pronte per un abbraccio, e due occhi verdi che lo guardavano con affetto. Ma fu solo un attimo,il sno fastidioso del campanello lo riportò alla realtà. (Vincenza Castro
003 - Salvatore La Fata
Il ragazzo non sapeva, non poteva sapere, che Veronica non l'avrebbe mai più rivista.
Quando salì le scale di quel vecchio, maleodorante palazzo alla periferia della città il sole stava già tramontando dietro le grandi querce che ricamano i fianchi delle colline circostanti ed ebbe come il presentimento che quella non sarebbe stata la meravigliosa notte che tante volte aveva sognato, ma probabilmente la notte che avrebbe stravolto inesorabilmente il resto della sua vita.
(Salvatore La Fata)
Quando salì le scale di quel vecchio, maleodorante palazzo alla periferia della città il sole stava già tramontando dietro le grandi querce che ricamano i fianchi delle colline circostanti ed ebbe come il presentimento che quella non sarebbe stata la meravigliosa notte che tante volte aveva sognato, ma probabilmente la notte che avrebbe stravolto inesorabilmente il resto della sua vita.
(Salvatore La Fata)
002 - Tommaso Cimino
Dalle finestre lungo la via più stretta che aveva imboccato per tornare a casa, un odore asciutto e forte gli stringeva le narici; e pareva che i suoi stessi piedi si fossero attaccati meglio al terreno, una volta sceso — il leggero mal di mare che il lungo viaggio gli aveva provocato, finiva lesto lesto sull'acciottolato un po' sconnesso che conosceva bene.
Vi rivedeva le macchie verdissime del muschio leggero sui lati in ombra, e ai passi leggeri che metteva uno dietro l'altro rispondevano scricchiolii di pietrisco: una radio lontana era stata spenta d'un tratto su una canzone che conosceva, e si trattenne a stento dal fischiettarla — quel silenzio non andava turbato, e doveva risparmiare il fiato per salire.
In fondo, voleva sentire da lontano, in quel silenzio, il suono stesso dello sguardo di Veronica, che alla fermata non c'era ma sapeva essere lì, quasi in agguato, con un fiore giallo in mano.
(Tommaso Cimino) 15/11 h 14,30
Vi rivedeva le macchie verdissime del muschio leggero sui lati in ombra, e ai passi leggeri che metteva uno dietro l'altro rispondevano scricchiolii di pietrisco: una radio lontana era stata spenta d'un tratto su una canzone che conosceva, e si trattenne a stento dal fischiettarla — quel silenzio non andava turbato, e doveva risparmiare il fiato per salire.
In fondo, voleva sentire da lontano, in quel silenzio, il suono stesso dello sguardo di Veronica, che alla fermata non c'era ma sapeva essere lì, quasi in agguato, con un fiore giallo in mano.
(Tommaso Cimino) 15/11 h 14,30
001 - Guglielmo Tocco
Il ragazzo si svegliò di soprassalto all'urlo dell'autista "Fermata". Prese il borsone e andò di corsa verso lo sportello dell'uscita. Non c'era nessun altro passeggero sul pullman. Scendendo i gradini salutò. Il pullman ripartì subito e lui si trovò di nuovo solo nella larga, assolata, polverosa strada. Erano le due del pomeriggio. (Guglielmo Tocco 15/11/11 h. 14,15
SCRIVERE INSIEME
Proviamo a scrivere un romanzo a più mani. Leggete tutti i post e aggiungete un vostro brano a seguire, Speditelo all'indirizzo romanoapiumani@libero.it e dopo poco lo vedrete pubblicato in questo blog. Alla fine diventerà un bel libro collettivo.
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