sabato 19 novembre 2011

006 - Carmela Vacante

"Entrando in casa Alfio aveva percepito qualcosa di strano che gli aveva procurato un'indicibile sensazione di disagio. L'oscurità gli impediva di vedere bene i mobili e le cose che gli erano famigliari; la lama di luce, brulicante di brillanti puntini di pulviscolo, che fendeva il buio della stanza come una sciabola, gli arrivava negli occhi abbagliandolo e lo costringeva a muoversi con cautela per non inciampare. Non gli impediva, però, di sentire degli strani rumori, un tramestio convulso, come una lotta, e una voce femminile soffocata...Improvvisamente uno sparo, seguito da altri due. Poi due uomini robusti uscirono di corsa trascinando malamente un grosso fagotto.Chiusero la porta con un calcio e si dileguarono velocemente attraverso la scala a chiocciola. Il rumore di quel calcio alla porta, che aveva interrotto l'agghiacciante silezio che era seguito agli spari, gli rimbombava ancora nelle orecchie; quando, terrorizzato e con il cuore in gola, Alfio si spinse fino alla camera da letto, da dove erano usciti i due energumeni e dove aveva sperato di trovare la sua adorata Veronica. Malgrado l'oscurità, alla quale si era quasi assuefatto, entrando notò per terra una persona. Aprì la finestra e tornò a guardare la scena che aveva già intravisto: raggomitolato, in posizione scomposta, su una pozza di sangue, c'era il suo carissimo amico Francesco. Sgomento, si abbassò per guardare meglio, lo toccò terrorizzato con le mani tremanti...sembrava morto!

1 commento:

  1. Quando il commissario Cortese mise piede in quell'appartamento i tiepidi raggi di sole di quel pomeriggio toscano stavano insinuandosi fra la polvere che poco prima gli uomini della scientifica avevano fatto sollevare durante le operazioni di rilevamento delle impronte digitali e di raccolta di tutti quegli elementi che sarebbero serviti per il corretto svolgimento delle indagini.
    Sulle pareti spoglie si allungavano sempre più le ombre di quella poca, vecchia mobilia che rappresentava l'arredamento di quel tinello. Un divano di tessuto rosso, lercio e consumato dal tempo trovava spazio al centro della stanza, un armadio con le ante ancora aperte, un tavolo quadrato e poche sedie addossate alle pareti.
    Il ragazzo stava accovacciato su un angolo del divano e teneva fra le braccia un cuscino di velluto nero. Cortese fece segno ai colleghi della scientifica di sgombrare il campo e si andò a sedere nell'angolo del divano lasciato libero dal ragazzo.
    Stette alcuni minuti in silenzio. Il ragazzo aveva il volto vistosamente sconvolto, fissava il vuoto e non sembrò accorgersi del commissario.
    - Come ti chiami ragazzo ? - chiese Cortese.
    (Salvatore La Fata)

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