Quando il commissario Cortese mise piede in quell'appartamento i tiepidi raggi di sole di quel pomeriggio toscano stavano insinuandosi fra la polvere che poco prima gli uomini della scientifica avevano fatto sollevare durante le operazioni di rilevamento delle impronte digitali e di raccolta di tutti quegli elementi che sarebbero serviti per il corretto svolgimento delle indagini.
Sulle pareti spoglie si allungavano sempre più le ombre di quella poca, vecchia mobilia che rappresentava l'arredamento di quel tinello. Un divano di tessuto rosso, lercio e consumato dal tempo trovava spazio al centro della stanza, un armadio con le ante ancora aperte, un tavolo quadrato e poche sedie addossate alle pareti.
Il ragazzo stava accovacciato su un angolo del divano e teneva fra le braccia un cuscino di velluto nero. Cortese fece segno ai colleghi della scientifica di sgombrare il campo e si andò a sedere nell'angolo del divano lasciato libero dal ragazzo.
Stette alcuni minuti in silenzio. Il ragazzo aveva il volto vistosamente sconvolto, fissava il vuoto e non sembrò accorgersi del commissario.
- Come ti chiami ragazzo ? - chiese Cortese.
(Salvatore La Fata)
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